venerdì 8 giugno 2012

Opinione momosa su un racconto? Vi aspetto


Amici  e amiche momose, ho bisogno di una vostra opinione: leggete questo mio racconto e poi commentate dando un punteggio, da 1 a 10, se volete aggiungere pregi e difetti, ben accetti! 
Grazie infinite!:
<A volte i ricordi sono come un album fotografico.
Un giorno ti metti seduta sulla poltrona e arrotolata dentro una morbida coperta, anche solo con lo scopo di cercare riparo o un abbraccio immaginario, sfogli quello che è stata la tua vita.
Questo era quello che pensavo un giorno, fissando verso il vuoto, seduta sulla poltrona della mia minuscola mansarda e tenendo tra le mie braccia tutti i miei ricordi.
Era novembre, ed era passato qualche giorno dall'accaduto. Pioveva quel giorno, e il rumore della pioggia battente sul tetto mi fece cadere le lacrime. Quella volta riscoprii il loro sapore, un retrogusto agrodolce come il sangue. Quel pianto era una scusa per far compagnia al cielo.
Continuavo a fissare il vuoto, rivedendo quei ricordi scorrermi, felici.
Io non ero felice, non lo ero più. Mentivo, sorridendo al vuoto per paura che anche i fantasmi del passato potessero vedere quell’attimo di debolezza.
Non dopo che pensavo di aver perso il mio sogno più grande, in un soffio.
Avevo trascurato tutto il mondo comune che mi circondava per raggiungere ciò che stava per tramutarsi nel mio sogno perfetto, di cui ormai ero succube. Ma era troppo forse , troppo pericoloso per me… e io mi sentivo piccola e impotente per reagire.
Al mio fianco tenevo il cellulare, su cui avevo visto un suo squillo.
Ma non risposi. Non volevo rispondere, non in quel momento. Per la prima volta scoprii cos’era la paura, e mi sentivo una bambina incapace di reagire e affrontare i problemi. Ma il problema era forse troppo grande per chiunque l'avesse affrontato.
Poi il suono di un messaggio arrivato sul cellulare catturò la mia attenzione:
"Ti prego…perdonami.” lessi.
Altre lacrime accompagnarono il rumore della pioggia, che cadeva incessante sulle rovine del muro che tanti anni fa divideva Berlino, e che quella sera sembrava più buia del solito.
Il riflesso del suo viso... mi sembrava di vederlo disegnato dalle gocce di pioggia che cadevano battendo sulla finestra, per poi confondersi con le altre.
Tra le mani avevo una scatola che conteneva tante foto scattate fino ad allora con la mia reflex.
Attimi di felicità? Sorrisi, abbracci ....le più grandi emozioni tutte racchiuse in alcune foto ricordo. E proprio mentre sfogliavo quelle immagini ne trovai una che mi fece sussultare il cuore dalla paura.
Era una foto dei resti del Muro di Berlino, ma lì davanti in realtà c’era qualcuno … solo che non si vedeva!
Una lacrima, ricordando quel momento, scese giù bagnando la figura fantasma che immaginavo impressa in quel pezzo di carta.
Ragione e Amore: odiavo il legame tra loro. Avrei voluto essere ragionevole, ma non ce la facevo. Essere invaghita dell’Amore era più forte di me, e forse da quel giorno avevo perso la testa per la persona sbagliata.
Appoggiai quella foto sul tavolo, accanto al cellulare. Era come se mi aspettassi che i suoi messaggi, che ricevevo sul cellulare, animassero la foto.... che stupida! Avevo paura di incontrarlo, ma volevo che lui tornasse da me. Avevo davvero perso la ragione!
Subito dopo pescai un altra foto: era vecchissima, ormai quasi sbiadita dal tempo. Era una delle prime foto che gli fecero, una delle prime nella storia dell'uomo.
Era così ingiallita e segnata dal tempo da parer semplicemente un foglio scolorito.
Era tutta stropicciata, ruvida, e c’era ritratta la sua figura, bellissima e seducente …. così mi diceva.
Ma non c’era. Era forse colpa della macchina fotografica sfocata?
No…no non è stata per colpa della macchina…”mi spiegò un giorno Erik, tenendomi tra le sue braccia e baciandomi il collo, mentre eravamo sulla stessa poltrona su cui ero seduta in quel momento. Quanto era bello sentire il suo respiro, quanto era stupendo sentire la sua voce penetrante e sensuale!
E allora perché è così? Il tempo?” chiesi. Rivolsi il mio sguardo verso il suo, malinconico e cupo come il cielo di quella notte senza stelle.
In quell’istante sentii una terribile voglia di baciarlo, così, senza un motivo. Ma lui mi fermò. Perché doveva fermarmi se sapevo benissimo che mi voleva? Cosa lo fermava in certi momenti, che parevano magia?
Non è stato il tempo a cancellare la mia sagoma… quello è stato il destino… che ha voluto così.” Disse accarezzandomi il volto. Ecco che la magia era ritornata tra noi, dopo una risposta di cui non capivo il senso.
il …. Destino?” chiesi perplessa.
Già… lui, quel dannato che si fa chiamare Destino.... è sempre stato crudele con me. Sin da quando ho preso vita.” Disse prendendomi dalle mani la foto.
Come erano fredde le sue mani! Il mistero che più si celava in lui era proprio il suo passato. Non ne conoscevo tratti, né parole.
Avevo solo il ritratto davanti a me di un ragazzo dolce e premuroso, conosciuto per caso in una notte dal bianco candore.
Erik osservò per molto tempo la foto in silenzio, e poi mi guardò.
Cosa c’è?” chiesi ancora dubbiosa delle sue intenzioni.
Infine mi sorrise, allungandomi la foto.
Sei la custode della mia vita ormai…. Perché non puoi esserlo anche della mia immagine?”chiese lui.
Custode della tua vita? Posso reputarmi … fortunata allora?” chiesi e infine qualcosa, come una calamita, ci spinse a congiungerci in un bacio che pareva non finisse mai.
Proprio allora , nella piccola mansarda piena di foto e ricordi, ci eravamo messi insieme. Ero ufficialmente la sua ragazza, colei che custodiva i suoi ricordi più preziosi, il suo cuore.
Ancora non capivo perché ero diventata persino la custode della sua vita. Quella fiducia, affidatami così, come se fosse stato un mazzo di chiavi di casa.
Ogni tanto me lo chiedevo… e non trovavo le risposte.
Pescai un altra foto, su cui era ritratta una rosa rossa che posava sulla neve. E dietro con lo scotch c'era attaccato un biglietto: Spero che la rosa ti torni utile. E che l’istinto ti possa aiutare.”
Mi aveva aiutata da quel giorno a ritrovare me stessa, grazie alla mia passione: la fotografia.
Quel giorno la neve stava invadendo i marciapiedi della città, mentre camminavo verso la strada di casa. Avevo appena finito di lavorare, e quella stessa sera mi avrebbe atteso il corso di fotografia, a cui dovevo portare alcune foto per un progetto. Il tema? I fiori. Facile, no?
No, non lo era per niente. Non lo era per una che lavorava e non aveva mai tempo per fare tutto...e per di più in inverno! L’unico aiuto che potevo avere era seguire l’istinto che mi avrebbe portato ad una possibile ispirazione.
Dopo qualche istante vidi qualcosa in lontananza sulla neve. Aveva un colore così acceso e intenso che non capivo di cosa si potesse trattare. Mi avvicinai sempre di più e…. vidi una rosa.
Una rosa rossa, bellissima, e sopra di essa c’era appoggiato un biglietto lo stesso che in seguito attaccai al retro della foto.
Un momento…” pensai. L’istinto aveva colpito nel segno, e così seguii il mio intuito: presi la mia reflex che tenevo sempre in borsa e iniziai a scattare foto in diverse prospettive di quella rosa con sopra il misterioso biglietto.
Ne feci diverse e il risultato era davvero strepitoso. La mia reflex non falliva mai la sua missione di regalarmi scatti e catturare momenti, forse, irripetibili.
Quella rosa, lasciata così con un messaggio sul marciapiede, era un dono del cielo? Ovviamente no. C'era lui di mezzo, sempre lui, Erik. Chissà perchè sapeva cogliermi nei momenti di difficoltà e... salvarmi. Sì, perchè quella sera avevo vinto come miglior progetto! Che soddisfazione.
Mi scappò un sorriso in quel momento, mentre appoggiai la foto accanto al telefono, insieme alle altre.
Ne pescai un altra: era Berlino vista dalla sede del Parlamento. Altre prospettive d'una vita che stava prendendo la strada della spensieratezza, della felicità e... dell'amore.
L'amore per un uomo che voleva cambiarmi in meglio, così voleva farmi credere.
Tante foto, di me , di luoghi, di persone scorrevano tra le mie mani tremanti.
Chiusi la scatola di scatti fotografici d'una vita vissuta nell'illusione di vivere felice nonostante la mia solitudine e il mio passato. Le foto che avevo scelto stavano appoggiate accanto al cellulare. Guardandole mi resi conto che erano gli scatti più belli della mia vita. Se ci fossero stati i miei genitori ne sarebbero stati fieri.
Ad un tratto sentii un grande gelo. No, non era il freddo di Novembre che trapassava i sottili muri bianchi di casa.
Era lui. Sapevo che era arrivato, perchè mi sentivo osservata....e non mi ero sbagliata!
Mi voltai verso la finestra: la sua sagoma stava fuori dalla finestra e mi osservava come un fantasma. I suoi occhi erano rossi come il sangue, come quello che aveva consumato qualche sera prima inaspettatamente davanti ai miei occhi. Mi aveva protetta da uno sconosciuto che mi avrebbe fatto del male solo per qualche spicciolo. Ma lui era un mostro, e chissà cosa avrebbe potuto farmi se Frank non fosse intervenuto.
Frank, il ragazzo che ammiravo dal liceo, e mai mi aveva degnata d'uno sguardo... si preoccupava per me e mi proteggeva, così di punto in bianco? Lui sapeva da tempo della reale vita di Erik, ma non pensava che lui si potesse avvicinare tanto a me, dopo la morte dei miei genitori.
Perchè non mi aveva detto nulla sin dall'inizio? Che cosa ero io realmente? Un' esca per catturare una creatura sovrannaturale?
“Ci siamo quasi Hylda... resisti, e non ti accadrà nulla. Ti proteggerò io, come promisi a tuo padre.” disse Frank prima di lasciarmi sola nella mia casa, dopo esser scappati da quello che era ormai risultato un vampiro. Erik, un mostro....no, non lo accettavo, non ci credevo!
Eppure la sua bocca intrisa del sangue del rapinatore la vedevo ancora davanti a me.>




2 commenti:

Anonimo ha detto...

bello,a mio parere scritto bene....brava ^_^

Kuro Momo ha detto...

^_^ grazie grazie! Momo ne è entusiasta! a presto!*.*